Vivere il dolore per essere liberi.

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Viviana Rilla

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Parlare di dolore è sconveniente soprattutto quando ti occupi di formazione e lo fai con persone che pensano di poter trovare soluzioni facili ai loro problemi.

Ma fino a che punto riusciamo a nasconderci dietro la maschera del “tutto bene” e mostrare soltanto la nostra immagine migliore, forte e di successo?

Pensiamo di avere tutto sotto controllo ma in realtà quello che comunichiamo è tutt’altro… siamo rigidi ed i nostri discorsi, talvolta belli, sono freddi, privi di cuore.

In questo articolo che, forse molti non leggeranno per paura di addentrarsi in un tema così poco accattivante, faccio alcune riflessioni sulla mia esperienza del dolore.

Lo faccio perché :

da quando ho scoperto il potere salvifico del dolore lo incontro nelle persone che lo evitano.


Sono allenata a chiedermi il significato delle cose che accadono e non stare in superficie ed è per questo che mi domando sempre qual è il mio livello di coscienza rispetto a ciò che mi succede intorno e, se sono capace di capire come stiamo cambiando.


Questo perché tutto quello che sta succedendo dalla pandemia ad oggi ha reso più difficile la gestione di tanti aspetti della vita provocando talvolta una nuova sofferenza che spesso definiamo stanchezza.

Ecco, ho la sensazione di essere più stanca ed è una stanchezza che ha origine dalle continue emozioni legate ai cambiamenti in atto.


Stiamo soffrendo tutti  ed in questa sofferenza qualcuno ha imparato ad esprimere sentimenti ed emozioni e, qualcun altro, si è trincerato dietro una corazza ancora più spessa.


Ma se iniziassimo a pensare che tutto quello che succede può aprire la porta ad una riflessione più profonda? Potremmo permetterci di trovare un senso a ciò che stiamo vivendo?


Trovando le risposte che ci occorrono per gestire questa continua chiamata al cambiamento, accetteremo che la certezza è solo un’illusione, che non appartiene alla natura impermanente dell’uomo.


E’ così come è impermanente la nostra natura lo è anche il dolore. 

Ma quante volte il dolore ci rimane attaccato addosso e lo viviamo come condizione passiva?


Quando siamo consapevoli di quello che accade prima di tutto nel nostro profondo accogliamo la sofferenza per quello che è, per quello che genera dentro di noi, e siamo capaci di accettare che nessuno ne è immune.

E’ nella nostra natura la capacità di combattere per sopravvivere ed evolverci.


Così come è vero questo è vero che tante volte la sofferenza viene interpretata come il risultato del proprio fallimento.  “così invece della rivoluzione, c’è la depressione. Più la vita è sopravvivenza, più si ha paura della morte”.

 


“Abbiamo perso l’arte di patire il dolore” e abbiamo creato ogni tipo di medicina per allontanarlo.”

Byung-Chul Han

Quando il dolore non è contemplato è percepito privo di senso. 


Ma proviamo ad immaginare una vita reale senza dolore.

Cosa succederebbe? 

Ci siamo illusi di essere immuni al dolore, di poter comprare tutti gli antidoti possibili e immaginabili, ed invece?


Stare nel dolore, ascoltarlo prima di tutto nel corpo, trovando il punto in cui si è fatto carne, apre la via verso la cura dall’insensatezza del dolore per arrivare a nuove narrazioni capaci di dare senso alla vita.

Non siamo stati educati a vivere nel dolore. Il dolore, così come la paura e l’incertezza vengono, fin da bambini, etichettati come “negativi”, da rimuovere, da evitare.

E’ chiaro che non fanno piacere, ma una cosa è il piacere e tutt’altra cosa è la naturalità di vivere durante la vita, per causa proprie e/o esterne, momenti di dolore, rabbia, paura, incertezza.

Fa parte della natura!

Quindi?

Chiedo a Marco, compagno di vita e di lavoro che coinvolgo nelle mie riflessioni e con il quale condivido esperienze che ci permettono di essere sempre più efficaci nel nostro lavoro.

Perché evitiamo il dolore?

“Si fa finta di niente…”va tutto bene!”, ci si anestetizza con alcool, partite di calcio, lavoro, medicine o altro e …. Non si vive. O meglio si vive in maniera deforme o sottopotenziata, la qualità della vita.

Ma quando il dolore si somma, come in questi momenti, alla paura?

Non ce la facciamo, avremmo bisogno di antidoti nuovi e più forti.

E allora? Facile! Neghiamo la realtà oppure distorciamola…d’altronde anche la PNL insegna ciò: se una cosa non ti piace, modificala! E quindi non viverla, momento per momento, qui ed ora.

Dici: “Quando il dolore non è contemplato è percepito privo di senso.” Vero! E “anestetizzandoci” non si perde il senso delle cose? Il senso della vita? Il cervello è pigro, trovare senso nelle cose, elaborare e vivere nel dolore o nella paura è faticoso. Più facile (non) vivere. Magari dando colpe a dx e a sx. E’ una bella scorciatoia. Ci deresponsabilizza.

Più che la Società senza Dolore, mi sembra la Società senza Senso.

Il senso si costruisce con coraggio, consapevolezza, responsabilità…a partire dalle esperienze. “

Grazie Marco e grazie a te che hai letto queste parole e magari hanno risuonato per offrirti l’opportunità di trovare nuove risposte al tuo dolore.

Io la risposta che ho trovato nel saper vivere e stare nel dolore, è stato nel considerarlo per quello che è, una manifestazione naturale del vivere che affronto con coraggio e direi con curiosità, ascoltando ciò che ha da insegnarmi.

Un’ultima cosa e forse la più semplice:

può davvero esistere la felicità senza il dolore?

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